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Mercoledì, 21 Agosto 2019 09:25

Lettera aperta di una "docente qualunque"

Cari Colleghi,

lavorare ore e ore allo sportello sindacale a volte genera noia e stanchezza. 
Ma a volte si fanno degli incontri inaspettati, intriganti, interessanti e fecondi.

Mi è capitato di fare una consulenza pensionistica ad una collega di Inglese, gildina convinta.

E alla fine del lavoro, complice il periodo estivo, che regala agli uffici di Milano momenti di “vuoto”, senza code e senza ressa, abbiamo trovato il tempo per un caffè e per dilungarci in una piacevole conversazione.

Le ho chiesto di mettere per iscritto alcune sue interessanti osservazioni ed esperienze.

E così ha fatto.

Mi piacerebbe che questa lettera venisse condivisa e diffusa il più possibile.

Un caro saluto

Lucia Sacco

Coordinatrice Provinciale
Gilda degli Insegnanti di Milano
 

Lettera aperta (mi auguro senza troppa retorica) a tutti quegli insegnanti che si stanno affacciando al mondo della scuola, forse pieni di dubbi e paure.

Sono una docente, insegno da sempre; credo sia la cosa che so fare meglio.

Starnone ha scritto “Sono salito sulla giostra della scuola a 6 anni e non ne sono ancora sceso.”

Per me è lo stesso.

Ho sempre vissuto questa professione con entusiasmo e motivazione; rari i momenti di noia, stanchezza e frustrazione, se non per gli inevitabili fallimenti con alcuni studenti.

Ho sempre pensato alla inutilità di lamentarsi, come spesso capita di sentire molti di noi, per la minima visibilità sociale della categoria o per la scarsa considerazione a livello contrattuale della professione.

Quindi so di essere fortunata e continuerei a fare questo lavoro, se fosse possibile, pur avendo una vita complicata ma ricca.

Ora sono quasi a fine carriera, le ore di lezione che ho davanti sono molto meno rispetto a quelle che ho alle spalle.

Allora mi è venuta voglia di scrivere, di fissare sulla carta ciò che non funziona nel mondo della scuola, senza dimenticarne la ricchezza, e provando ad avanzare qualche idea

 

  1. Innanzitutto ritengo che il primo disastro sia iniziato quando i genitori, senza esperienza in materia, sono entrati nel mondo della scuola; l’intenzione della legge forse non era del tutto sbagliata, ma gradualmente si sono innescate situazioni assurde in cui i genitori, supportati dai cambiamenti sociali, hanno trovato sempre più terreno, a discapito di docenti che hanno cominciato e continuano ad arretrare, perdendo via via autorevolezza.

La mia esperienza mi porta a dire che ho vissuto momenti di forte stress e disagio, quando un genitore, di professione ingegnere, quindi non docente, ha contestato una mia valutazione di piena sufficienza al figlio che, a suo dire, meritava voti molto più alti... peccato che il fanciullo in questione non avesse mai aperto il libro di letteratura, ritenendola inutile, e che io fossi stata costretta a fare la media dei voti, come imposto dal legislatore.

Non commento oltre ... troppa energia ho sprecato ... troppe umiliazioni.

Quindi dico ai nuovi docenti: non fatevi condizionare, usate la vostra testa, confrontatevi sempre con altri docenti e, perché no, se possibile con i vostri studenti, ma non arretrate.

 

  1. Altro punto dolente: i cambiamenti nei programmi ministeriali sono vaghi a volte poco chiari ... è vero che c’è la libertà e l’autonomia dei docenti, ma la conseguenza è la grande confusione che regna non solo nelle varie scuole, ma anche all’interno delle scuole stesse.

 

  1. Ulteriore punto da discutere: conoscenza della lingua inglese.

Il legislatore richiede per tutti gli studenti di scuola superiore il raggiungimento di un livello B2 del QCER ... è impossibile!

Cause: livelli in entrata differenti e al giorno d’oggi sempre più carenti; ore di lezione diminuite; classi superaffollate.   

Risultato: teoria e pratica si scontrano ma il legislatore non verifica e non se ne preoccupa. Servono più ore di inglese, e più chiarezza e determinazione nel consigliare agli studenti della scuola media la scuola superiore, al fine di evitare i fallimenti.

 

  1. Altra incongruenza: mi è capitato spesso di lavorare come commissario esterno agli esami di stato negli istituti professionali.

Qualche legislatore si è mai chiesto il senso di queste scuole e di questi diplomi ormai concessi con troppa facilità?

Ciò accade non tanto per la magnanimità dei docenti ma soprattutto per i meccanismi con cui si arriva al punteggio finale.

I diplomi non corrispondono né a vere competenze né ad un reale background culturale.

Ritengo che gli istituti professionali non siano altro che istituti tecnici “facilitati/edulcorati”, dove studenti che a volte sanno a mala pena la lingua italiana devono studiare materie complesse con una microlingua altrettanto difficile e di poca utilità pratica.

Perché non far diventare queste scuole più professionalizzanti??

Perché non impostarle con una struttura che insegni un vero mestiere (artigiani falegnami idraulici ecc.) sostituendo o uniformandosi ai così detti corsi regionali?? Stato e Regioni dovrebbero interagire per migliorare l’offerta formativa al fine di garantire il bene e la serenità degli studenti.

 

  1. Vogliamo parlare dell’ASL?? Richieste assurde, di cui non viene verificata l’effettiva fattibilità o utilità. Il governo dispone e noi pronti ad adeguarci consapevoli dello scarso ritorno e della ipocrisia intorno a queste disposizioni: aziende restie, scuole che si affrettano a fare conferenze inutili, studenti in ansia e/o svogliati. Importante è raggiungere numero ore, come o a cosa serva non interessa a nessuno.

 

  1. Ultimo punto, ma non meno importante: il nuovo esame di stato non funziona del tutto. La prova scritta di inglese non andava eliminata e l’esame orale non funziona, specialmente negli istituti tecnici o professionali dove gli studenti, non essendo supportati da materie umanistiche, non sono in grado di elaborare discorsi approfonditi o di mostrare reali competenze. È sembrato una ripetizione dell’esame di terza media o una tesina improvvisata Risultato: in molti contesti i docenti hanno impostato alla vecchia maniera “attraverso domande su conoscenze”, si badi bene ...non per incapacità, ma per evitare “i silenzi delle scene mute”.

 

CONCLUSIONE: a scuola si deve STUDIARE.

La scuola è e deve rimanere il luogo in cui gli studenti acquisiscono le basi intellettuali e la capacità critica per affrontare la vita, diventare esseri pensanti e non esseri passivi di fronte all’incedere imperante dei “social network “.

Ciò che si perde a scuola non viene più recuperato.

La cultura e la conoscenza renderanno i nostri ragazzi davvero liberi e magari adulti e cittadini (anche politici) migliori.

È dovere dei docenti fare in modo che gli adolescenti siano più esposti alla parola “scritta”. Facciamoli leggere e scrivere di più, riabituiamoli a esprimere idee, pensieri e sentimenti con la parola scritta, non solo con sigle ed emoticon.

Non dimentichiamo mai l’avvertimento di Orwell: se si si continuerà a ridurre il linguaggio, si ridurrà inevitabilmente il pensiero e l’ignoranza “la farà da padrona” con tutte le inevitabili conseguenze.

A questo proposito anche i giornali hanno dato grande risalto ai risultati non proprio incoraggianti delle prove Invalsi: la notizia che più mi ha colpita, come docente, è che molti dei nostri studenti non sono in grado di capire la loro lingua. Riflettiamo …

 

In bocca al lupo a tutti i “mitici” docenti.

Prof.ssa Marilena Bonadies

Letto 84 volte Ultima modifica il Mercoledì, 21 Agosto 2019 09:34

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